Si è suicidata Tiziana Cantone, 31 anni, la ragazza del video hard “Stai facendo un video? Bravoh”, per capirci.

Si era fatta riprendere con il telefonino in 6 filmati nei quali faceva sesso con dei ragazzi e li aveva mandati via Whatsapp ad amici: i video sono velocemente finiti nel mare magnum della rete e dei social network e diventati virali. Ne erano uscite parodie e meme, addirittura pagine Facebook monotematiche e negozi online che vendevano magliette con la frase tormentone.

Tiziana, accortasi di quello che era successo, aveva chiesto ed ottenuto il diritto all’anonimato dal tribunale che aveva imposto la chiusura delle pagine e la rimozione dei loro link dai motori di ricerca. Si è trovata costretta a lasciare la sua città, il suo lavoro e gli amici. Addirittura era ricorsa al cambio del nome, che stavano per concederle, per sfuggire alla gogna 2.0.

Alla fine però la vergogna è diventata insopportabile e si è impiccata.

Ora non voglio fare un discorso di colpa della vittima, di chi ha diffuso i video, di chi l’ha perculata con parodie su Youtube e così via: sono discorsi sterili e poco costruttivi da fare adesso. La ragazza è morta, ogni ragionamento arriva tardi per lei adesso.
Questa triste vicenda è certamente un caso limite, però mi preme raccontarvela per farvi riflettere su di una cosa mai abbastanza sottolineata: fate attenzione a quello che postate in rete. Pensateci ventimila volte prima di postare una foto o un video su social network o servizi di messaggistica. Una volta che un contenuto viene mandato su internet ne avete perso il controllo. Non lo potrete mai più ritirare.

E’ un po’ come se versaste un bicchiere di vino nel mare e poi lo rivoleste indietro: in teoria sarebbe possibile. Che ci vuole: basterebbe mettere un attimo da parte tutti i pesci, bloccare le foci dei fiumi e raccogliere tutta l’acqua del mare. Poi la si fa evaporare, si separa il sale e no, cazzo, ha iniziato a piovere ed una maledetta balena è ricaduta dentro: bisogna rifare tutto da capo.

Insomma, è impraticabile.

Allo stesso modo, un video postato è impossibile da recuperare. Come è successo a Tiziana, da Whatsapp finisce su una piattaforma video. Magari riesci a toglierlo da lì, ma nel frattempo finisce su un secondo sito. E magari si crea anche l’effetto Streisand per cui più cerchi di bloccarlo, più si diffonde perché il volerlo censurare moltiplica l’attenzione su di esso.

Ora questa cosa di stare attenti a quello che si posta online dovrebbero insegnarla a scuola, altro che ora di religione.

L’iPhone ormai ce l’hanno anche i bambini di 6 anni e spesso i genitori non sono in grado di insegnare certe cose, perché in sostanza ne sono all’oscuro. Ne sanno assai di Snapchat, Twitter e Periscope. E’ già tanto se sanno controllare la posta, ma se gli sposti l’icona di GMail vanno in crisi. I bambini invece adesso con un cellulare Android da 20 euro riescono anche a bucare il sito del Pentagono, ma non sono in grado di riflettere sulle conseguenze delle loro azioni. So’ giovani dopotutto.
Se mettere nelle mani di vostro figlio un cellulare – e non potrete fare altrimenti, perché ormai è più grave girare senza smartphone che senza pantaloni – poi non potete sbattervene le gonadi: informatevi su questo mondo.

Cordialità,
Il Triste Mietitore

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