Questa vuole essere una di quelle storie edificanti che vi fanno riflettere.
Probabilmente non ci riuscirà.

Ad ogni modo.

Tanto tempo fa, quando andavo a fare dei lavori [1] in giro per gli uffici con tutta la mia attrezzatura, ogni volta che mi trovavo in un certo dipartimento mi arrivava sempre tra i piedi questo ragazzo.
Uno di quelli con trentanni d’età sulla carta d’identità ma settanta da umarell nel cuore, avete presente?
Braccia conserte dietro la schiena, mi si piazzava ogni volta a mezzo metro – distanza largamente sufficiente per salirmi spiritualmente sulle palle – e iniziava a fare quella cosa fastidiosa, ossia parlare. Parlare del mio lavoro – e preciso anche un macaco giapponese cosparso di feci dopo un solo minuto si sarebbe reso conto che non ne capiva nulla – per sminuirlo: “Eh, ma che ci vuole” “Ma è una cosa che sono capaci di fare tutti” “Stai facendo solo un sacco di scena“. Queste e altre affermazioni del medesimo tenore, quelle che farebbero venire voglia a chiunque di far sparire nel suo culo il primo oggetto dalle dimensioni importanti e forma irregolare a portata di mano, insomma.

Però la società – oltre a mamma e papà si spera – ci hanno insegnato l’educazione e il rispetto.

Allora ho fatto questo sforzo di empatia e mi sono messo nei suoi panni, analizzandolo un po’.

Non era una persona cattiva, solo uno un po’ annoiato dalla routine del suo ufficio, dove probabilmente le giornate trascorrevano tutte uguali. Io con i miei saltuari interventi tecnici ero la sua occasione per scambiare due chiacchiere con qualcuno di diverso dai colleghi che si trovava di fronte ogni singolo giorno. Le sue continue osservazioni – fastidiose, ok – avevano comunque un tono ironico: ero sicuro di non trovarmi davanti uno che volesse davvero attaccare la mia professionalità, ma solo attaccare bottone.

Se avessi risposto a tono, con una di quelle frasi stronze che escono così bene dalla bocca, avrei quindi probabilmente solo ferito l’animo di una persona che cercava un po’ di contatto umano.
Probabilmente – ho pensato – se ne sarebbe risentito tanto da non rivolgermi più la parola.
Quindi non mi avrebbe più rotto le palle mentre lavoravo.

L’ho mandato a cagare senza pensarci un secondo di più.

Cordialità,
Il Triste Mietitore


[1] Vi sembro vago? Lo sono per ovvi motivi di privacy.

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