Alle elementari avevo questo compagno di classe che se la cavava bene con le matite: era bravo, molto bravo per la sua età nel disegno, a detta della maestra e anche nostra, che confrontavamo i nostri quaderni dal tratto incerto con il suo, che ci appariva come il Codice Atlantico di Leonardo Da Vinci.
Chiaramente i suoi genitori, in virtù di questa supremazia del figli, giravano orgogliosi gonfiando il petto come un piccione che ha appena cagato su una Ferrari.

Alle medie in classe eravamo in buona parte gli stessi e per quello che riguarda il disegno, il divario tra noi e lui era rimasto immutato, anzi: prendendo i nostri lavori come metro di paragone, i suoi schizzi non avrebbero ai nostri occhi sfigurato in un museo.

Tutto questo, pompato dalle lodi di mamma e papà, lo convinse di possedere un talento fuori dal comune nelle belle arti e di avere quindi le carte in regola per intraprendere la carriera d’artista.

Incoraggiato dai genitori, terminate la medie decise di iscriversi al liceo artistico.

E le cose da questo punto in poi presero una piega diversa da quella che si aspettava.

Confrontandosi finalmente con altri ragazzi di talento e con insegnanti preparati, si rese conto, in buona sostanza, di avere un bernoccolo artistico poco più che mediocre.

Se ne sarebbe accorto prima se avesse paragonato i suoi lavori non solo con quelli dei compagni – una classe per circostanze fortuite particolarmente incapace nel disegno – ma anche con quelli di gente universalmente riconosciuta come brava.

I genitori e i maestri avrebbero dovuto aiutarlo di più nel capire il livello le sue abilità, non solo nel microcosmo della scuola.
O forse, non saprei dirlo, è passato tanto tempo, almeno gli insegnanti lo provarono a fare, ma per lui (e non solo) era più gratificante essere il migliore della stanza senza affacciarsi fuori dalla finestra.
E allora forse con il tempo la bugia che all’esterno non ci fossero avversari migliori con cui confrontarsi diventò verità.

La rivelazione di non essere un genio della matita lo distrusse.

Un conto è frequentare una scuola con la consapevolezza di essere lì per migliorarsi e affrontare un percorso di crescita, un altro è entrare convinto di essere il primo della classe.

Non riuscì più durante tutto il liceo a sintonizzare il cervello sul pensiero giusto.
Conseguì la maturità nei tempi giusti ma senza distinguersi nella sua classe, restando semplicemente nella media.

Ma accadde una cosa più grave: perse interesse e passione per il disegno, la frustrazione spense tutti i suoi sogni.

Dopo si iscrisse ad architettura svogliatamente, solo perché era la facoltà più gettonata dal suo percorso scolastico.
Non credo abbia terminato il primo anno.

Oggi fa il metalmeccanico ed ha un figlio: una vita rispettabilissima, ma così lontana da quella che sognava in grembiule sui banchi di scuola.

E ora finisce la storia e parte una riflessione/pippone da genitore.

È importante incoraggiare un talento, o anche solo uno sforzo, ma c’è sempre un momento giusto, dopo le lodi, per mostrare un modello successivo.

Chiaro: se tuo figlio di cinque anni ti arriva in cucina con il disegno della classica casetta (con il comignolo che fuma e la famiglia che si tiene per mano), non puoi sbattergli in faccia le tavole della Divina Commedia illustrata dal Doré dicendogli “Vedi, questa è una vera opera d’arte, piccola merdina!”.
Perché è troppo, e soffocheresti la sua passione, il suo entusiasmo e frustreresti i suoi sforzi.

Se su di un piccolo fiammifero acceso scarichi 6 quintali di legna, lo spegni.
E seppellisci il ragazzino che lo reggeva.

io

Allo stesso modo però non dovresti neppure limitarti a sacrosanti encomi d’incoraggiamento e basta, altrimenti c’è la possibilità che a cinquant’anni ti lasci ancora sulla scrivania fogli con mamma, papà, lui e il cane stilizzati a pennarello.
Che poi c’è anche il rischio che qualche critico d’arte lo noti e diventi anche ricco e famoso.
Ma sempre incapace.

Non c’è nemmeno bisogno, secondo me, di essere espliciti nel digli che è il momento di aumentare il livello sul modello di qualcuno più bravo.
Rimanendo nell’esempio del disegno, puoi portarlo a vedere qualche mostra e senza dirgli “Lo vedi che anche la prospettiva di Giotto è meglio della tua?“, lasciare che sia lui a fare i suoi confronti nella mente, senza dover aprire bocca.
Oppure che ne so, gli compri dei fumetti o degli strumenti di lavoro diversi: pastelli, acquarelli, tempere e quant’altro.

La parte difficile però è questa.

A distanza di tanti anni, dopo essere diventato padre, posso dire con certezza che la gioia e l’orgoglio di quel mio compagno nel sentirsi un genio del disegno era solo un centesimo se non meno di quella che provavano i suoi genitori.
Erano loro secondo me a non voler rinunciare a quella bella sensazione di poter gonfiare il petto per il talento del figlio, spezzando il prodigio con la realtà.
Loro sarebbero rimasti distrutti apprendendo che il figlio non eccelleva davvero e bisognava quindi indirizzarlo verso un’altra strada: lui, a dieci anni, si sarebbe lasciato tutto alle spalle con facilità.

È importante insegnare ai figli a confrontarsi con i modelli giusti al momento giusto, ma prima bisogna accettare l’idea di poter perdere.
E dobbiamo farlo noi prima di loro.

Cordialità,
Il Triste Mietitore

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