Che Guevara è il perfetto esempio di come, nel passaggio da figura a icona, si rischi sempre di perdere qualche informazione.
Il nostro “cervello collettivo“, infatti non funziona bene come un PC, in grado di zippare un grande numero di files in uno solo (più pratico da gestire) che si possa sempre unzippare senza perdita d’informazioni: no, noi quando impacchettiamo qualcosa in un simbolo, immancabilmente ci lasciamo dei buchi dietro.

Molti sanno chi sia e cosa abbia fatto Che Guevara, in modo più o meno esaustivo, ma per tantissimi ex ragazzi era coso lì, quello delle magliette e bandiere da sventolare alle manifestazioni e del “Hasta la victoria siempre” (quale asta poi? quella della bandiera forse) da cantare.
Un cantante quindi, o forse un poeta. Forse un attore famoso: guarda com’era fotogenico: sono sicuro di averlo visto in qualche film.

Le manifestazioni nelle quali veniva tirata in ballo la sua immagine poi, erano di qualunque tipo, spaziando dalle contestazioni per la riforma della scuola, allo sciopero per l’aumento negato fino alla protesta per il McDonald‘s che apre tardi.

La storia del Che e quello che voleva dirci si è perso, ma la sua foto è diventata una delle immagini più riprodotte al mondo, anche per fini pubblicitari. E di conseguenza una delle più vendute: per il fatturato generato intorno a lui lo si potrebbe quasi definire un vero eroe del capitalismo.

Tanto siamo andati fuori strada.

Purtroppo le nostre teste funzionano così. Per questo io, come regola generale, quando riesco a intuire che qualcosa (o meglio qualcuno) sta diventando un simbolo, me ne allontano immediatamente: è sì un modo perfetto per fare girare velocemente un’informazione (proprio come un file zippato), ma non abbiamo abbastanza RAM per processarlo.

Cordialità,
Il Triste Mietitore

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