Non dura che un istante il 100% di batteria sul tuo cellulare, figuriamoci quanto può farlo un amore a distanza.
Un rapporto amoroso che scocca tra due persone che abitano in città diverse è destinato prima o poi a terminare, ve lo dico per esperienza personale.

Prima però facciamo qualche considerazione su come vivono una relazione due “trasfertisti per amore“.

Una marcia in meno.

Due (o più [1]) persone che intrecciano una relazione sentimentale a distanza – e con distanza intendo un numero di km sufficienti a impedire loro di vedersi se non quando hanno almeno una giornata interamente libera – banalmente si vedono meno rispetto a coppie che abitano nello stesso luogo.

E thanks to the cazz, siamo d’accordo, ma soffermiamoci su un interessante corollario di questa ovvia affermazione: una coppia che inizia un rapporto sotto queste condizioni si conosce, affina il legame, sviluppa il feeling più lentamente.

Telefonarsi o mandarsi messaggini – cosa che fanno anche le coppie residenti nella stessa città – non è proprio come uscire anche solo per fare due passi un’oretta; attività che può essere tranquillamente quotidiana nonostante tutti gli impegni della giornata.

Probabilmente nel caso di due persone giovani, con le giornate un po’ più libere da impegni e incombenze quali il lavoro, l’impossibilità a vedersi pur disponendo di tempo (non comunque sufficiente a coprire la distanza) risulta in una frustrazione opprimente, che potenzialmente può influenzare negativamente la qualità del rapporto.

Solo il meglio per noi.

Quindi i soldoni i momenti nei quali una coppia a distanza può finalmente incontrarsi sono i fine settimana e durante le ferie/vacanze, con la naturale conseguenza di riuscire con più difficoltà a conoscersi a fondo.

Vi spiego cosa intendo.

Durante la settimana lavorativa uno può essere stressato, irascibile o semplicemente stanco morto e a fine giornata non vedere l’ora di buttarsi sul divano. Nel weekend e lontano dal lavoro, per contro, solitamente ci si trova a essere più rilassati, pieni di energia e brillanti.

Quindi in sostanza due persone che si vedono esclusivamente in queste circostanze oltremodo propizie non conosceranno mai i reciproci caratteri sotto lo stress della quotidianità.
Vedranno solo il lato migliore insomma, un quadro incompleto dell’altro/a.

Con queste basi, razionalmente, anche la più piccola incomprensione o crepa nel rapporto dovrebbe venire trattata come una voragine: se si litiga in una situazione idilliaca di relax, figuriamoci nella routine di tutti i giorni.

Corrispondenze (matematiche).

Vedersi poco o comunque drasticamente meno rispetto a coppie che abitano in prossimità ha una conseguenza matematica sul rapporto: “stare insieme da un mese” significa, in base alle osservazioni dei paragrafi precedenti, “stare insieme da meno di una settimana“, dopo aver conteggiato i giorni di effettiva frequentazione fisica.

Un anno di rapporto corrisponde più o meno a due mesi, due mesi e mezzo, a voler essere buoni.

E’ matematica, baby.

Non è (comunque) tutto rose.

A dispetto della qualità del poco tempo che si riesce a passare assieme, come sanno tutti quelli che hanno intrapreso un rapporto a distanza, c’è sempre qualcosa che logora.

Senza tirare in ballo la gelosia, accentuata dai km che separano la coppia, può esserci banalmente lo stress di doversi mettere in viaggio per raggiungere l’altro/a.

C’è poi sicuramente una sorta di frustrazione quando ci si deve necessariamente salutare, ben sapendo che il prossimo incontro sarà a svariati giorni di distanza.

A questa aggiungiamo anche l’insofferenza per non poter intraprendere progetti di coppia anche banali, come solo seguire un corso in palestra insieme o assistere a un ciclo di conferenze.

E non dimentichiamo anche la componente economica dello spostamento, che in certi casi può essere onerosa e fonte di stress e tensioni.

Naturale epilogo.

Tutte le cose dette sopra, anche nelle coppie più forti e mature, prima o poi portano al termine della relazione a distanza.

E’ successo anche a me.

Vivo a Genova e per 5 anni sono stato assieme a una ragazza che abitava in Toscana. Per 5 anni abbiamo fatto, nei fine settimana e durante le feste, su e giù tra le due regioni.

La relazione è iniziata quando entrambi eravamo adulti e tutto sommato i primi anni l’impossibilità a vedersi quotidianamente è riuscita a non pesare troppo: dopotutto lavoravamo e anche abitando a poche centinaio di metri di distanza saremmo stati impossibilitati a uscire assieme ogni giorno per incompatibilità di orari.

L’ultimo anno però è stato duro, lo confesso.

Sentivamo entrambi una stanchezza fisica a doverci alzare presto la mattina di sabato, un giorno dedito al riposo, per prendere il treno per incontrarci. A volte mi svegliavo troppo tardi ed ero costretto a prendere la macchina. E poi, inutile negarlo, i trasporti, le cene e i pranzi fuori e tutte le varie ed eventuali stavano iniziando diventare una spesa non più trascurabile.

Quindi il quinto anno, di comune accordo, abbiamo terminato la relazione a distanza.

Facendola diventare una relazione stabile, andando ad abitare insieme.

Questo infatti è uno, non l’unico, naturale epilogo di un rapporto a distanza.
Se le cose funzionano bene in diciamo “modalità easy” – come nel nostro caso – perché non provare a mettersi ulteriormente alla prova nella quotidianità?

Certo, abbiamo dovuto aspettare pazientemente le circostanze giuste, ma alla fine lei si è trasferita da me, lasciando il suo lavoro che era comunque precario, e siamo andati a convivere inizialmente in affitto.

A distanza di circa altri tre anni, ma tre anni effettivi questa volta, abbiamo switchato in modalità “hard“: casa di proprietà – con relativo mutuo annesso – e figlio in cantiere.

Ora, con nostro figlio che ha quasi compiuto due anni, posso affermare che siamo ufficialmente passati a livello di difficoltà “nightmare[2], ma teniamo benissimo botta e miriamo al prossimo “I’m death incarnate[3].

Considerazioni finali.

Un rapporto a distanza prima o poi termina.
Deve terminare: è solo una situazione temporanea nella quale due persone si trovano, in attesa di decidere se valga la pena o meno modificare radicalmente la propria quotidianità per l’altro/a.

Non può durare in eterno una simile situazione di stallo.
Certo, parlare di convivenza o matrimonio al primo appuntamento è quantomeno creepy, ma dopo un po’ se non si discute almeno di cercare di creare le condizioni per provare a vivere assieme qualche mese… bhé, a mio avviso questo è il segno che ci si sta trascinando in qualcosa improduttivo, destinato a finire presto.
E con tutta probabilità male e in maniera dolorosa.

O sia annulla la distanza o il rapporto.
Non c’è altra fine possibile.

Cordialità,
Il Triste Mietitore


[1] Così, mi andava di scriverlo senza una ragione razionale.
[2] Pannolini, pianti, poppate, notti insonni: come altro vogliamo chiamarlo?
[3] Scusate la citazione colta.

Previous ArticleNext Article