Premetto subito, prima di entrare nell’argomento, che questo modo di distinguere le fasi della lotta al Covid-19 non mi piace affatto.

Non mi convince, lo trovo poco chiaro e fuorviante.

Io avrei usato dei titoli diversi.

Fase 1, 2, 3 e via dicendo mi richiamano alla mente i nomi in codice dei vari step di intesa sessuale in una coppia, dove la Fase 1 è la limonata (intesa come lingua a frullino in gola, non bevanda dissetante), la Fase 2 il petting, la 3 la penetrazione completa, la 4 il sesso anale e poi le successive in un crescendo di pratiche erotiche più spinte e perverse: BDSM, pegging, fisting, pissing, matrimonio e figli.
Non li trovo troppo adatti quindi, anche se in effetti bisogna ammettere che questa pandemia sia una bella inculata, sopratutto per chi si trova in casa uno SmartBox con il voucher per una cena/viaggio.

A parte questo avrei anche da ridire sull’ordine di numerazione.
La progressione matematica è frustrante perché può andare avanti potenzialmente all’infinito: “In che fase siamo? Alla 66.908esima”.

Visto che per convenzione matematica e fisica lo zero rappresenta la situazione iniziale, ossia nel nostro caso quando non si aveva ancora a che fare con il virus, sarebbe stato meglio un countdown delle fasi.

Parti dalla Fase 10 e vai a scendere no?

Almeno in questo modo, nell’ordine:

  1. Tutti hanno subito una percezione chiara del pericolo, perché il numero parte alto e ti fa fare la pupù in mano, quindi ci dai dentro con le mascherine, guanti, disinfettante e distanza sociale.
  2. Dai l’impressione di controllo dell’emergenza, perché stai in soldoni enumerando gli step necessari per tornare alla normalità.

Ma ora lasciamoci alle spalle questa piccola osservazione ed ecco la storia.

Correva la Fase… 0.5?

Non lo so, come la chiamiamo?
Eravamo agli albori delle prime misure contro il contagio: era iniziato il lockdown ma dal governo e comunità medica non erano ancora arrivate norme concordi e univoche sul comportamento e l’uso dei dispositivi di sicurezza.

Voglio dire, più o meno ognuno andava a sentimento: c’era chi la mascherina la indossava a prescindere e chi solo se aveva la tosse.
I negozi esercitavano controlli sul numero dei clienti presenti, ok, ma non erano così severi come oggi e spesso si affidavano all’autocontrollo degli avventori.

Insomma, la situazione non era molto chiara e si aveva come l’impressione che chi dovesse dare regole e trasmettere certezze non ci capisse poi molto come d’altronde anche adesso e agisse un po’ a guisa cinofallica.

Ecco, proprio durante una di queste giornate, mi trovai nell’esigenza di recarmi al supermercato, perché non avevo partecipato alle razzie degli scaffali della pasta e del lievito avvenuti poco tempo prima. Sapete, a me gli scenari apocalittici e isterie di massa alla Walking Dead intrattengono solo sul piccolo schermo.

Visto che neanche quel giorno avevo intenzione di comprare il mondo, risolsi di andare al supermercato vicino a casa, raggiungibile in 5 minuti a piedi. Senza mascherina e guanti, perché ai tempi non si trovavano, a meno di comprare a peso d’oro quelli di Prada aderivo alla filosofia de “se sei asintomatico non sei pericoloso per nessuno: è chi tossisce che deve prendere precauzioni per proteggere il prossimo[1].

Long story short, presi quello che mi serviva e andai alla cassa.

Qui però, mentre la cassiera passava gli articoli, ci misi poco ad accorgermi che il sacchetto di tela che mi ero portato non sarebbe bastato a contenere tutto.
Perché tu puoi uscire di casa con la risoluzione di acquistare le poche cose strettamente necessarie, ma se poi ti trovi davanti offerte su birra & Nutella sei costretto a variare i tuoi piani in corsa.

Mancava un sacchetto quindi, e allora presi con noncuranza uno di quelli in plastica sotto le casse.

Cazzata n°1

Queste dannate buste di plastica, come sapete, sono infami e non si aprono neanche con l’atomica.
Se potessi scegliere un superpotere sarebbe quello di riuscire sempre a dischiudere i due dannati lembi di un sacchetto al primo tentativo. Probabilmente servirebbe un tocco adesivo nei polpastrelli tipo Uomo Ragno o una capacità alla Magneto per annullare la tensione statica che lo tiene serrato.

Non disponendo di queste capacità sovrumane, feci senza che me ne rendessi conto il solito gesto abituale, ormai così radicato nella mia memoria muscolare da partire prima che il cervello potesse fermarlo: leccarmi i polpastrelli di indice e pollice per dischiudere la busta.

Merda.

Mettiamo anche che quella busta non fosse stata maneggiata da nessuno al di fuori di me. Io stesso comunque mentre facevo la spesa avevo toccato scatole, lattine e bottiglie che sicuramente avevano visto mani diverse dalle mie.
Potenzialmente quindi potevo aver appena ingerito il virus.

Restai così di cacchina, pensoso e vagamente impanicato, imbustando articoli mentre tentavo di ricordarmi i dettagli di un articolo letto il giorno prima che spiegava quanto tempo sopravvivesse il virus del Covid-19 sulle varie superfici.

E mentre calcolavo a braccio – mettendo nell’equazione anche l’affluenza media dei clienti, la percentuale degli asintomatici per popolazione, le loro abitudini di acquisti e altre variabili minori – le probabilità di essere spacciato, la commessa mi porse il tastierino del Bancomat perché digitassi il PIN.

Cazzata n°2

Avevo la testa talmente presa da questi complessi calcoli che commisi involontariamente un altro gesto idiota: toccare i tasti del terminale con quelle stesse dita che mi ero appena leccato.

Merda. Again.

Per carità, io stavo (e sto tuttora) bene, ma sul momento non potevo escludere la possibilità di essere asintomatico. In quel caso, con quel preciso gesto, avrei potuto contagiare chissà quante persone, inquinando con i miei fluidi qualcosa che tutti toccavano.
Per conoscerne il numero preciso delle potenziali vittime avrei dovuto risolvere un’equazione che includeva dati riguardanti l’afflusso medio di clienti nel supermercato, quanti pagavano con contanti o carte e quali tra queste erano contactless.

Misi il calcolo in coda a quello ancora in elaborazione sulla probabilità che avessi contratto poco prima il virus e mi soffermai su di un problema più impellente.

Qualcuno dietro di me o la stessa cassiera poteva aver notato i miei gesti decisamente pericolosi. E magari, in preda a un attacco d’isteria – possibilissima: bastava ricordarsi la ressa nei supermercati qualche giorno prima – avrebbe potuto fare cose poco carine, come insultarmi, bastonarmi, spararmi in faccia.

La fuga.

Da quella cassa e da quel supermercato mi allontanai velocemente. Mentre mi lasciavo alle spalle il negozio, la salivazione che si era momentaneamente arrestata riprese a scorrere copiosa.
Smisi di deglutire, con l’idea in testa che forse non avevo ancora buttato giù l’ipotetico virus [2] e non tutto fosse perduto.

Casa mia, come ho detto prima, distava appena 5 minuti a piedi.

Ora vi giuro che non avevo idea di quanta saliva potesse produrre il corpo umano in questo breve frangente di tempo.

Arrivai sulla soglia di casa con le guance gonfie come quelle di uno scoiattolo che stava ingurgitando un cocomero. O di quelle di una pornostar nelle fasi finali di una sessione di bukkake, ma preferisco la prima metafora, anche se devo ammettere che questa è più calzante.

Finalmente in bagno, credo di aver sputato tipo Liquidator un litro di fluidi.

Conclusioni.

Questa vicenda, molto scema alla fine, mi ha fatto però riflettere su una cosa. Penso che ci voglia del tempo per vincere le routine automatiche che abbiamo programmate nella nostra testa.
Uno stimolo per velocizzare il processo – but I’m no psychologist so take it with the pinz(s) – sarebbe secondo me essere circondati da persone che si comportano tutte nel modo giusto: il cervello andrebbe in modalità emulazione e sarebbe forse più facile.
Ma a monte, ovviamente, servirebbe una definizione precisa, univoca, non interpretabile di queste azioni che devono venire programmate nel pilota automatico di tutti.

A maggior ragione, poi, andrebbe definito più chiaramente possibile – senza termini enigmatici, oscuri o questionabili – quello che si può fare in generale come attività quotidiane e come, con che regole e precauzioni.

Quindi, per favore, mettetevi d’accordo tra politica, scienza e media e per una buona volta lavorate con la sinergia degli ingranaggi di un orologio svizzero.
Eccheccazzo.

Cordialità,
Il Triste Mietitore


[1] Adesso grazie al cielo li dobbiamo indossare tutti, e almeno questo è un punto fermo e chiaro. Se non sei un runner o un ciclista ovviamente, che per queste categorie non c'è ancora una risposta certa.
[2] Come se non bastasse il contatto con le mucose della bocca per fare il danno.

Previous ArticleNext Article