smartphone

L’altro giorno ho tolto il cellulare dalla sua cover di silicone per pulirlo e mi sono accorto che la batteria del mio Huawei P20 Pro si stava gonfiando in maniera vistosa, come se fosse stata contenta di vedermi.
La sua gioia ed esuberanza era tale che si stava scollando di dosso il pannello posteriore.
La mia felicità invece era un po’ più contenuta, anzi.

La tragedia.

Come un classico infatti, la garanzia era scaduta da un paio di mesi, quindi ho caricato in apnea una profanità che coinvolgeva il pantheon di almeno un paio di religioni mentre controllavo online il costo della riparazione.

40 sacchi dal cinese vicino a casa: onesto – ho pensato – facendo brillare in sicurezza il porcone e annotandomelo sul taccuino per la prossima occasione.
Tra l’altro, siccome aveva già il pezzo in magazzino, mi avrebbe riconsegnato il cellulare sistemato la sera del giorno dopo.

Ottimo, rimaneva solo da approntare uno smartphone sostitutivo per quella giornata.
Ho preso allora dal cassetto il mio “vecchioSamsung Galaxy S8 Plus, che per via del vetro anteriore rotto avevo accantonato, ci ho messo la sim, aggiornato con le ultime patch, installato quelle 3-4 applicazioni di cui non posso fare a meno (quando dismetto un telefono lo ripristino sempre ai dati di fabbrica) e l’ho messo in tasca.
Non mi sono rotto la testa ad applicare le mie solite personalizzazioni (cambio launcher, icone, applicazioni alternative a quelle di default, widget etc) perché tanto l’avrei usato solo poco più di una giornata prima di tornare in possesso del mio: non ne valeva la pena.

Mi sono ritrovato quindi con in mano un cellulare, dal vetro sfasciato ma funzionante, di tre anni fa in versione “stock” per 24 ore.
In questo contesto e con la mano che ancora odorava del P20 Pro, ho qualche osservazione da fare su questi smartphone e sugli smartphone in generale.

Qualche pensiero.

Uno smartphone top di gamma di tre anni fa è ancora ottimo oggi.

Ergo, come corollario, non ha (più) senso cambiare cellulare ogni anno. L’S8 si è comportato benissimo e l’esperienza di uso (la mia, che non contempla videogiochi) è stata pressoché identica a quell del P20 Pro, uscito giusto l’anno successivo. Certo, ha una sola fotocamera mentre Huawei sul suo ne ha messe altre due, ma per gli scatti che faccio io (gatto, figlio, gatto e ancora gatto) non ho apprezzato una sostanziale differenza.
E se fossi un fotografo esigente, chiaramente andrei di reflex.

Il vetro curvo è la merda.

Mettere questi display avvolgenti curvati sui lati significa dare una carezza al design e due calci nelle palle all’ergonomia e robustezza del dispositivo.
Mi piacciono le cose belle, ma secondo me il bilancio è negativo.
Ho dovuto cambiare il Samsung con il Huawei proprio per colpa del suo display fragilissimo: ha fatto una banale caduta prendendo lo spigolo e il vetro è esploso. La stessa cosa è successa alla mia compagna, un paio di anni dopo il mio, per fortuna: anche lei S8, scivolato dal divano (stiamo parlando di mezzo metro di altezza!) e schermo a pezzi.
Coglione chi lo fa cadere, ok, ma quando la riparazione costa 350 euro su 500 di valore dell’oggetto sul mercato, al coglione i coglioni girano.
Ho avuto cellulari con i classici display piatti che si sono fatti cadute ben peggiori, reggendo tuttavia la botta. E non sto parlando di Nokia 3310, ma sempre di prodotti Samsung: Note 2, Note 3, S6… tutti modelli che potevano fissare il pavimento dall’alto verso il basso senza che il vetro iniziasse a incrinarsi.
E poi dai, già con il vetro a 360° hai il grip di una saponetta a tenerlo in mano: farlo anche tutto curve significa proprio che vuoi vederlo infrangersi per terra.

Per me il software vale più dell’hardware.

Non uso il telefono per fare delle cose che richiedono chissà quale potenza di calcolo. Scrivo due cretinate sui social, ci ascolto podcast e audiolibri, scatto qualche foto ci prendo appunti volanti e poco più. Per i giochi uso altri dispositivi (Switch & PS4) e non sono così folle da usare un display di poco più di 6 pollici per l’editing video.
Preferisco avere un dispositivo con un buon launcher organizzato e applicazioni funzionali e non invasive che vangate di mhz nel processore che tanto non spingerei mai vicino ai suoi limiti.
Riprendere in mano il Samsung S8 con la sua home di default, le sue app predefinite e tutte quelle notifiche e icone superflue è stata una discreta rottura di palle.
Mi sono anche mancati Edge e Outlook e mi sono pentito di non aver impiegato quei quindici minuti necessari a scaricarli e configurarli.
Ho odiato per 24 ore Bixby, il cui tasto premevo sempre al posto di quello di accensione, e Google Now che si premurava di avvisarmi di cose ogni venti minuti. Poi non so sinceramente dirvi cosa abbia fatto alle notifiche di Whatsapp, che da un certo momento in poi mi sono arrivate tutte come bolla e mini finestra flottante, facendomi imbestialire.
E’ vero, non sono ancora riuscito a trovare il cellulare perfetto, che non necessitasse un po’ di calibrazione appena tirato fuori dalla scatola. Nutro delle moderate speranze, ma vi assicuro che se mi uscite fuori un dispositivo con il software perfetto per le mie esigenze, che appena lo accendo devo solo registrarci le mie utenze e non installare, cancellare, stuccare e ridipingere, per me sotto può avere anche il processore della My Magic Diary che io lo compro ugualmente.

Ci sono servizi di cui non posso davvero fare a meno.

Visto l’S8 mi doveva coprire solo una giornata, non ho installato tutte le applicazioni che avevo sul P20, ma quelle che reputavo di uso quotidiano. Mi sono accorto che nella mia routine sono molte di più di quelle che pensassi.
Non avevo caricato Evernote e ho dovuto farlo al volo, visto che mi serviva un appunto che avevo scritto solo lì.
Idem con l’app della banca, visto che dovevo fare una ricarica e non avevo tempo di cercare un bancomat o un tabacchino.
Stessa cosa con Canva: avevo bisogno di una vignetta al volo.
Questo mi ha fatto riflettere sul mio ipotetico prossimo cellulare.
Non potrei mai più comprare un Huawei, adesso che il ban di Trump l’ha tagliata fuori dai servizi Google. Fatico a stare senza una banale app per prendere appunti, che se domani fallisse mi farebbe sprofondare nella crisi più nera: figuriamoci rinunciare a tutti i servizi connessi della Big G.

Se tanto sono capace con Android di ottimizzarmi anche un tostapane, ha senso guardare ancora ai top di gamma?

Come dicevo nei paragrafi precedenti, non ho bisogno di un processore spaziale, di chissà quale fotocamera e sono in grado – a dispetto del software e delle impostazioni preinstallate – di sistemarmi le cose secondo le mie esigenze creandomi in sostanza, prendo in prestito un termine da Linux, la mia “distribuzione“, ottimizzata e cucita su di me.
Perché quando compro un cellulare allora vado sempre sui top di gamma, le cui differenze con lo scalino subito inferiore sono un hardware più performante (che non sfrutto) e qualche utility software in più (che mi si rivela inutile dopo poco)?
Probabilmente, nella mia casella “Progetti per il futuro“, dovrei annotarmi di comprarmi un buon medio gamma come prossimo cellulare e vedere cosa riesco a ricavarci, magari facendo il grande passo e installandoci sopra qualche buona rom cucinata.
Questo, oppure potrei fregare il Samsung Note 10 Lite della mia compagna e smanettare su quello, con il rischio non trascurabile d’indispettirla e subire un durissimo ostracismo sessuale.

Quindi.

Quindi alla fine nulla di concreto.

Continuerò con tutta probabilità ad acquistare top di gamma perché ho scarsa fiducia nelle mie capacità di ottimizzazione (leggi: “ho paura di briccare lo smartphone nel processo di installazione di una rom di terze parti“).

Cambierò smartphone molto più frequentemente di quanto vorrei, perché avranno il – maledetto – display curvo e li rovinerò per terra. E cambiare il vetro costerà ogni volta un rene e a quel punto converrà acquistarne uno nuovo.

Con questo post, in conclusione, non ho dimostrato nulla, se escludiamo quante seghe mentali riesco a farmi, uscendo per sole 24 ore dalla mia routine.

Cordialità,
Il Triste Mietitore

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